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sabato, 07 novembre 2009
psichetechne; recensioni; commenti (2)?

                                              THE HOUSE OF THE DEVIL

                                             

Regia:
Ti West Sceneggiatura: Ti West Fotografia: Eliot Rockett Montaggio: Ti West Musica: Jeff Grace Interpreti: Jocelin Donahue, Greta Gerwig, A.J. Bowen, Tom Noonan, Mary Woronov Nazione: USA Anno: 2009 Produzione: Magnet.

Alla fine degli anni '80, Samantha, accompagnata dall’amica Megan si reca presso una famiglia per un’offerta di lavoro come babysitter. La casa è particolarmente lontana e isolata: la località ha qualcosa di molto sinistro, ma la paga offerta è molto buona (400 dollari!) e Samantha ha bisogno di soldi. Le due però scopriranno ben presto che la coppia che desidera assumere una babysitter ha in serbo qualcosa di terrificante per loro: mentre si avvicina l'eclisse lunare le due sfortunate ragazze dovranno lottare per la loro preziosa vita...


Per gli amanti e gli studiosi “seri” di questo tipo di film di genere, “The House of the Devil” di Ti West, non potrà che risultare benvenuto. Si tratta infatti di un film che si potrebbe definire “perfetto”, o dall’architettura perfettamente, linearmente costruita, fino a costituirsi come una specie di “teoresi filmica” dell’horror in generale. Ti West fonda questa “teoresi” quasi totalmente su una sola figura retorico-diegetica: l’ellissi, tropo per eccellenza di qualsiasi film horror, poiché estrinsecazione rappresentativa dell’angoscia, soprattutto di quella  sua variante trasformativa detta “suspense”. In questo film non si “vede” praticamente nulla. I pani sequenza sono lunghi, lenti, quasi sempre in campo medio, con aggiunte, sempre lente di primi piani della protagonista, un’azzeccatissima Jocelin Donahue, che è sempre al centro di ogni azione. A tratti sembra di trovarsi di fronte a un’opera teatrale: il palcoscenico è “la casa del diavolo”, la protagonista è Samantha, sola, silenziosa, come in una commedia esistenzialistica alla Samuel Beckett. Tutto è immerso in un’atmosfera a sua volta “ellittica”, attraverso la quale tutto ciò che “fa paura” è l’attesa che qualcosa accada, una vera apoteosi dell’anti-climax, costruita a tavolino per veicolarci il messaggio che un “vero” film horror assume appieno il suo valore di oggetto socio-culturale solo se fonda la sua estetica sull’ EVOCAZIONE. La paura sta infatti nell’immaginario di chi guarda, nel suo preconscio, nella cesura sottile tra rimosso e non-rimosso: su questa sottile linea peri-traumatica il cinema horror lavora e innesta le sue epifanie emotive, traendone la sua linfa vitale. In questa prospettiva risultano molto più perturbanti i velocissimi flash allucinatori vissuti da Samantha nell’ultimo quarto d’ora di film, che tutto l’armamentario pseudo-orrorifico messo in piedi da Hollywood in cinquant’anni di cinema: brevi visioni della Bestia che Samantha incontrerà nella scena del rito satanico finale, anch’essa non urlata e/o inutilmente spettacolosa, ma profondamente perturbante, appunto perché più evocatrice di fantasmi in noi ancestralmente sedimentati, che non desiderosa di stupirci hollywwoodianamente con effetti speciali emmerich-style. L’orchestrazione teoretica dell’ellissi nell’horror viene magistralmente elaborata da uno score sonoro fatto di rumori rintoccanti nel silenzio, da scricchiolii raccapriccianti quanto innocui, nonché da una illuminazione dei luoghi (a cura di Eliot Rockett) che sistema le ombre e le luci ai posti giusti, e anche qui, con precisione scientifico-geometrica. Detto questo, “The House of the Devil” è un film che potrebbe non piacere affatto agli amanti di certi McDonald horror contemporanei, appunto perché è un film con pochissimi lipidi e trigliceridi splatter. Non scorre molto sangue, anzi non ne scorre quasi affatto, in questo film che tuttavia ricostruisce il mito del cinema horror anni ’80 con sopraffina e rara intelligenza. 










venerdì, 06 novembre 2009
psichetechne; recensioni; commenti (2)?

                                                           SAUNA

                                   

Genere: Horror/Storico Regia: Antti-Jussi Annila Sceneggiatura: Liro Küttner  Fotografia: Henri Blomberg Montaggio: Joona Louhivuori Interpreti: Tommi Eronen, Ville Virtanen, Rain Tolk, Sonja Petäjäjärvi, Taisto Reimaluoto Nazione: Finlandia Anno: 2008


Siamo alla fine del 1500, al termine di una lunga guerra tra Russia e Svezia. Due fratelli, soldati della falange armata scandinava, percorrono i territori di confine tra i due regni, per ristabilire l’appartenenza geografica dei villaggi che attraversano. A un certo punto uccidono un contadino che li ha ospitati, padre di famiglia, e sequestrano la giovane figlia in una prigione sotterranea, condannandola alla morte. Il fantasma della ragazza torna poi a perseguitarli, e a quel punto i due uomini sono costretti a compiere un doloroso viaggio all’interno di se stessi, tra colpa e perdono, rimorso e redenzione, torti e punizioni.

Film “horror” decisamente anomalo, questo “Sauna” di Anti-Jussi Annila, una specie di “horror-zen” imbottigliato sotto vuoto in soli 85 minuti di metraggio,   proiettato all’indietro nel 1500, e decentrato geograficamente nelle lontane e desolate lande finniche. Secco, ma simultaneamente lento, dilatato e introspettivo attraverso modalità perfino bergmaniane. A rendere il tutto molto “nordik” è soprattutto la fotografia magistrale e ineccepibile di Henri Blomberg che illumina una natura ovviamente onnipresente ma sinistra, madre-matrigna sulla quale aleggia un pessimismo cosmico che sì infiltra nello spettatore proprio tramite la mortifera coloritura spenta e “bianca” delle luci. I due soldati fratelli, Knut ed Erik, si aggirano sui confini tra Svezia e Russia. Knut è un cartografo, Erik un capitano di cavalleria piuttosto nervoso e violento. Travestendo di religiosità furente ed ideologica la sua rabbia incontenibile, Erik uccide un contadino e segrega la giovane figlia in un pertugio sotterraneo. Fin qui normale amministrazione, su qualsiasi campo di battaglia cinquecentesco. Non fosse che il fantasma della ragazza ritorna sotto forme lamentose e vendicative a perseguitare Knut attraverso allucinazioni inquietanti. Poche apparizioni, in verità, ma girate con evocativa e perturbante maestria da Annila, che ci fa procedere verso una lenta ma inesorabile deriva metempsicosica: i due fratelli pagheranno fino in fondo i loro omicidii, possiamo dire propriamente uccisi a loro volta dalla colpa. Suicidio? Vendetta della ragazza morta? Non sappiamo. Il regista finlandese non vuole dircelo, e giustamente lascia tutto sospeso, polisemico, umbratile e volubile, come il fumo dei camini sopra i tetti di paglia delle case del villaggio. Tutto è “symbolum” in questo film, segno che parla d’Altro nel momento in cui si mostra a parlare di Sè. Chi ha costruito la “sauna” in mezzo ai boschi, una costruzione bianca, piatta, quasi il negativo del monolite nero di Kubrick? Che cos’è? La sua esistenza stimola la nostra pulsione a significare, ma ne evidenzia anche il limite, lo scarto continuo tra Cosa e non-Cosa. Cos’è (o chi è) il mostro senza occhi che  al termine del film uccide la bambina che fugge nel bosco? E’ l’anima di Erik, la sua furia selvaggia? Non lo sappiamo. La “certezza” declina e si spegne in questo film, non prima di averci fatto sentire freddi brividi lungo la schiena. La sceneggiatura, di Liro Küttner , esalta la ricorsività ossessiva, coattiva del rimorso, sottolineando in ripetuti flash-back alcuni piani-sequenza esattamente uguali, come l’interno della casa del contadino ucciso. In sintesi una grande, profonda opera che spiazza e decentra la prospettiva dello spettatore, facendo ben sperare circa il futuro di un “nuovo horror finlandese” (da notare che “Sauna” ha vinto il prestigioso Méliès d’Argent al Festival Internazionale del Cinema Fantastico di Bruxelles. Per adesso lo si trova solo in DVD, con sottotitoli in inglese).













martedì, 03 novembre 2009
psichetechne; dedicato; commenti (1)?

                                          IN MEMORIA DI ALDA MERINI

                   


Pensiero,io non ho più parole.

Ma cosa sei tu in sostanza?

qualcosa che lacrima a volte,

e a volte dà luce.

Pensiero,dove hai le radici?


Nella mia anima folle


o nel mio grembo distrutto?


Sei così ardito vorace,

consumi ogni distanza;

dimmi che io mi ritorca

come ha già fatto Orfeo

guardando la sua Euridice,

e così possa perderti

nell'antro della follia.


Alda Merini, da "La terra santa"









venerdì, 30 ottobre 2009
psichetechne; recensioni; commenti (8)?

                                   TRICK’R TREAT

                              

Regia: Michael Dougherty Sceneggiatura: Michael Dougherty Fotografia: Glen MacPherson Montaggio:Musica: Douglas Pipes Interpreti: Anna Paquin, Brian Cox, Dylan Baker, Leslie Bibb, Quinn Lord, Rochelle Aytes, Moneca Delain, Tahmoh Penikett, Lauren Lee Smith Nazione: Canada, USA Anno:Distribuzione: Warner Bros. Pictures Robert Ivison 2008

Quale visione horror suggerirvi per allietare il vostro Halloween, se non (decisamente) questo “Trick’r Treat” di un Michael Dougherty molto ispirato nel rivisitare la nota festa popolare di antica origine precristiana (c’è chi la fa risalire ai Celti), collegata anticamente ai riti contadini della transumanza? Una festa che ha in ogni caso a che fare con i morti, naturalmente, e infatti i Celti ad esempio usavano commemorare i defunti lasciando in cucina per loro delle vivande in segno di accoglienza, se si fossero fatti “vivi” tra i vivi. Il famoso mottetto “dolcetto o scherzetto” deriva appunto da questa usanza. Com’è ovvio negli Stati Uniti la festa di Halloween si è trasformata col tempo in un’occasione commerciale, per cui il pubblico dei bambini è stato quanto prima possibile investito da gadget di ogni tipo, tra streghe, zucche, caramelle, ossi di morto eccetera eccetera. Ma torniamo al film. Che appunto è pregevole perchè si butta alle spalle tutto il consumismo americanoide nel suo uso e abuso di Halloween, e ne ricava invece un’occasione di ricerca delle sue peculiari radici “mortifere” ed apotropaiche, risvegliando, nei giorni di Halloween i fantasmi (veri) di un gruppo di studenti assassinati dall’autista psicopatico del loro scuolabus. I ragazzi, annegati nel fiume della cittadina da quel sant’uomo dell’autista, ritornano, come guidati dallo spirito di un bambino mascherato da una veramente paurosa tela di sacco, a vendicarsi dei concittadini che li hanno dimenticati. Ma non siamo affatto dalle parti di un qualsiasi “Creepshow” (peraltro esperimento interessante, benché datato). Dougherty possiede infatti capacità narrative di grande livello, sia nel cesellare una sceneggiatura anomala, che richiama certo- qua e là- il fumetto, ma creativamente basata sullo sfasamento temporale e sull’andamento anterogrado nell’organizzazione delle sequenze. Belle atmosfere, notevole fotografia (di  Glen MacPherson che ci sa davvero fare), sceneggiatrura solo apparentemente frastagliata e frammentaria, che si ricompone in modo delicato e suggestivo nelle sequenze finali. Poi, parliamoci chiaro: fare un film su Halloween non è da tutti. Si rischia di cadere nel deja vu trito e ritrito. E invece no, Dougherty sa condire il piatto con spezie gustose e dai sapori nuovi, gestendo il tasto dell’ironia, ma anche facendoci toccare atmosfere assolutamente macabre nonché facendoci provare veri brividi (come nelle scene in cui un solitario e antipatico vecchiaccio- ottimamente interpretato da Brian Cox- viene messo a dura prova  dal bambino-tela-di-sacco che potete vedere nella locandina e nel trailer qui sotto). Un film decisamente da visionare durante la sera di Halloween, mentre aspettiamo che qualcuno bussi alla nostra porta... (lo trovate in DVD: non sia mai che nelle sale italiane proiettino qualcosa di sensato).










martedì, 20 ottobre 2009
psichetechne; recensioni; commenti (2)?

                                           H2-HALLOWEEN II

                                

Genere: Horror Regia: Rob Zombie Sceneggiatura: Rob Zombie Fotografia: Brandon Trost Montaggio: Glenn Garland, Joel T. Pashby Musica: Tyler Bates Cast: Scout Taylor-Compton, Tyler Mane, Sheri Moon Zombie, Malcolm McDowell, Matt Bush, Danielle Harris, Brad Dourif, Brea Grant, Margot Kidder, Chase Wright Vanek, BIll Mosely, Carolyn Williams, Ezra Buzzington, Howard Hessman Nazione: USA Anno: 2009

Rob Zombie, in questo film,  cucina in un denso, indistinto brodo di bollitura  i seguenti ingredienti: script, psicologie, caretterizzazione dei singoli personaggi, mitopoiesi originaria della saga di “Halloween”di John Carpenter, mito della festa di Halloween. E mescola il tutto in un unico brodo, che poi è il brodo primordiale, archetipico, del white-american way-of life, ma quello più viscido, provinciale, trash, fucking-talking, borderline, periferico, povero, degradato, pessimisticamente cormackmccartiano. Il risultato, quindi, non è un “buon bollito horror”, naturalmente: l’inconfondibile sapore dell’angoscia carpenter oriented si confonde con quello ispido e puntuto dello slasher più triviale e obsoleto, quello specifico del “trick’r treat”, con quello grasso del teen-horror-movie alla Michael Bay. Per cui non capisci più cosa stai mangiando. Tremendo. Assolutamente tremendo. I sapori, nel bollito, vanno separati all’origine, in modo tale che siano poi le nostre papille a fare una sintesi sul palato. Zombie la vuol far lui per noi, la sintesi, a priori (e chi glielo ha chiesto?), frullando tutto in un gran calderone. Frulla Michael Myers, sua sorella, il dottor Loomis, una spruzzatina di David Lynch, un leggero sentore felliniano-circense, l’underground-rock-band-culture, una strizzatina d’occhio (forse la più volgare di tutto il film) a “Psycho”, nell’oltremodo orrido finale: e ovviamente tutti questi distinti sapori si disperdono velocemente finendo tutti nel trita-spazzatura del lavabo (altro grande topos della grigia quotidianità white-american, molto cara al regista). In questo ha perfettamente ragione Elvezio Sciallis quando dice nella sua recensione che Rob Zombie vuole scimmiottare Ken Loach senza esserne capace. E perché poi lo fa? Il cinema di Loach genera distinzioni, fotografa in modo limpido una classe sociale, e così i suoi personaggi, facendoli diventare metafora viva. Quello di Zombie è invece un film indifferenziante. Un film per cui, come dice il proverbio, “di notte tutte le vacche sono bigie”, tutti i personaggi sono uguali; se avessi potuto dargli un sottotitolo lo avrei infatti intitolato così: “Halloween II- ovvero l’Indifferenziato”. La distinzione tra ispirazioni, personaggi, sogno, realtà, buoni, cattivi, scompare immediatamente, fuso e confuso come in un’acqua-madre primigenia, in un brodo di bollitura denso in cui affoga tutto, come nelle fauci-mente di una madre psicotica. Infatti il vero “nuovo personaggio” è appunto la madre, che è la vera assassina, perché è trapassata nell’inconscio di Laurie e lo ha soggiogato al suo volere, appunto psicoticamente. Questa mi sembra l’unica intuizione “psicoanalitica” interessante di tutto il film, che per il resto di “psicoanalitico” non ha niente (a parte il tema del cavallo, che ricorda forse “Il piccolo Hans”, ma è solo una mia personale associazione, che non credo Zombie condivida), Intuizione interessante, quella della madre-ispiratrice-di-violenza, che dà un’imprintig traumatico all’inconscio della figlia, facendola rinascere belva, da bambina quale era, idea che però si disperde anch’essa nel gorgo del piattume sociale rappresentato da Zombie. Un’idea molto interessante che Rob sembra aver ben chiara fin dalla citazione iniziale che accosta sogno e psicosi (citazione peraltro anch’essa molto vaga e confusa), e cui sembra tenere molto, intrecciandola col tema del sogno, su cui però Zombie getta anche in questo caso, e subito secchiate di fanghiglia putrida, di cascame socio-antropico cui non frega niente a nessuno, non elaborando affatto né sviluppando per niente il bellissimo tema del SOGNO (o dell’INCUBO).

Non si fa così.

IL SOGNO E’ UNA COSA SERIA. Così come il suo contrario simmetrico, cioè appunto la PSICOSI. Caro Zombie, non puoi pretendere di trattare temi così alti, importanti per il cinema horror , buttandoli in faccia allo spettatore, mescolati insieme in un condensato audio-visivo dove sono soffocati da tutto un urlare, tutto un gridare, tutto un suono di clacson gracchiante, tutto un tramestio isterico nel quale l’importanza di questi temi si confonde e liquefa inesorabilmente. Come inesorabilmente si perde il personaggio-mito di Micheal Myers (anche qui concordo con Sciallis). Per quanto mi riguarda Zombie poteva infatti scegliere qualsiasi altro villain, tanto faceva lo stesso. Temi come IL SOGNO o LA PSICOSI, andavano trattati con ben altra mano, con bel altro stile elaborativo-filmico, con altri tipi di bollitura (separata) degli ingredienti. Sono tematiche horror troppo importanti per essere maltrattate, fritte, stracotte nelle pentole sudice di un qualsiasi McDonald on the road (manco Zombie fosse Kerouac , poi). Film da EVITARE accuratamente.











lunedì, 19 ottobre 2009
psichetechne; recensioni, pubblicati altrove; commenti (3)?

                 [Mia recensione pubblicata su HorrorMagazine]

                                      ORPHAN


                           


HORROR
, Orphan, Canada/USA, 2009 - regia di Jaume Collet-Serra - scritto da David Johnson, Alex Mace - con Peter Sarsgaard, Vera Farmiga, Isabelle Fuhrman, Lorry Ayers, David Leonard, Skye Peters - durata: 123 minuti - distribuito da Warner Bros. Italia - giudizio:buono



Kate e John, lei musicista, lui architetto, hanno due figli, Daniel, preadolescente e Max, bambina di 5 anni sorda dalla nascita. La tragica perdita di un terzo figlio molto desiderato, ma deceduto durante il parto, spinge la coppia ad adottare un bambino. Rimangono intensamente impressionati dalla piccola Esther, incontrata all'orfanotrofio della loro città gestito da un ordine religioso. Ma quando Esther, bambina di origini russe, si trasferisce a vivere nella sua nuova famiglia, comincia a manifestarsi una serie di eventi inspiegabili quanto misteriosi, tanto da portare Kate a credere che nella bimba ci sia qualcosa di malato, e che i suoi comportamenti all’apparenza educati e compiacenti nascondano in realtà qualcosa di terribile...

Dialoghi, psicologie e atmosfera: sono questi gli ingredienti base del nuovo film del regista spagnolo Collet-Serra (La maschera di cera, 2005), cucinati a fuoco lento attraverso la messa in scena di una sceneggiatura che pur presentando qualche buco logico e qualche incongruenza, riesce comunque a infiltrare buone e giuste dosi di angoscia nell’immaginario dello spettatore. Già nell’incipit Collet-Serra sembra volerci dire ‘guardate che faccio sul serio’, aprendo le danze con un incubo della protagonista nel quale alcuni sguardi taglienti delle infermiere della sala parto bastano a farci intuire che cosa ci sarà presentato nel rimanente minutaggio. Il clima che si respira nell’incubo d’apertura richiama infatti alla mente il sottile sadismo personificato dalla giovane protagonista di Audition (1999) di Miike, o suggestioni similari, non certo rassicuranti per chi guarda. E l’aspetto più pregevole del film è che il regista spagnolo mantiene la promessa iniziale nel corso di tutto lo svolgimento diegetico: l’obiettivo della macchina da presa si muoverà sempre agevolmente e morbidamente tra campi lunghi e lente zoomate all’indietro sconfinanti in soggettive che promuovono la nostra identificazione con il punto di vista predatorio e arcigno di Esther, la tremenda e inquietante bambina adottiva, una Isabelle Fuhrman che a soli 12 anni è capace di far ruotare un’intero script intorno alle sue intense performance attoriali. I movimenti di macchina sono poi impreziositi dalle luci algide di Jeff Cutter, director of photography in perfetta sintonia con il mood angosciante che Collet-Serra ci trasmette come in un crescendo, sequenza dopo sequenza. Tornando al cast, Vera Farmiga (Kate, la mamma), interpreta il personaggio con grande naturalezza, senza cadere nelle solite trappole di certe scene gridate e isteriche, cui questo genere di film può condurre; Cch Pounder veste con realismo e umanità i panni di suor Abigail, che si renderà colpevole di aver scoperto cose inopportune sul passato di Esther, e contribuirà così a risvegliare nella bambina il devastante spirito omicida che colorerà di sangue il resto del film. Anche la piccola Max (Aryana Engineer, bimba non-udente anche nella vita reale) rimarrà subito vittima delle diaboliche manipolazioni di Esther, rivelandosi come un personaggio-chiave nell’intreccio complessivo della storia. Non mancano poi alcune belle scene gore oriented, collocate in modo armonico nel corso della narrazione (molto apprezzabile nonché disturbante, per esempio, la lenta, morbosa sequenza del braccio di Esther incastrato nella morsa di ferro). Come si vede, e come dicevamo all’inizio, psicologie dei personaggi, atmosfere e dramma conflittuale nel gruppo familiare, sono il tessuto portante di questo film, che rimastica un genere peraltro trito e ritrito (quello del “bambino demoniaco”), ma lo fa offrendo un’idea finalmente originale, nell’orizzonte delle produzioni horror contemporanee. Idea che diventa vero ribaltamento spiazzante delle “normali” aspettative dello spettatore, mediante il notevole colpo di scena orchestrato dagli sceneggiatori nel pre-finale, un coup de théatre che si propone come soluzione piuttosto nuova. E che, soprattutto, rende assolutamente ridicole le polemiche innescate da alcune associazioni statunitensi per l’adozione, che hanno accusato il regista di razzismo nei confronti di bambini adottivi non americani. Forse un po’ troppo diluito il finale vero e proprio, che poteva essere risolto con una modalità espressiva più secca, cioè in linea con l’equilibrio strutturale di tutta l’architettura filmica precedentemente costruita. Data: 19 ottobre 2009














domenica, 18 ottobre 2009
psichetechne; note antropologiche ed esperienz; commenti (3)?

    DIALOGHI PSICOANALITICI CON ALESSANDRO.

                  


Personaggi: Mamma, Alessandro (4 anni); Papà.

Papà è al telefono, mentre Alessandro corre tutt'intorno cantando canzonicine per bambini.

- Mamma:"...Ale, non cantare troppo forte, che papà è al telefono con un paziente...".

- Alessandro (guardando la mamma, pensieroso):"...e che paziente è, Berlusconi?".









venerdì, 16 ottobre 2009
psichetechne; cinema e psicoanalisi; commenti (4)?



Tutti sul lettino


da un'idea di Anna Ferruta, Paolo Boccara e Giuseppe Riefolo 


Un video montaggio dei più famosi film che raccontano la psicoanalisi per immagini.


Per visualizzare il filmato basta premere sul tasto centrale di avvio e mettersi comodi..  buona seduta a tutti! (dal sito web della Società Psicoanalitica Italiana).










mercoledì, 14 ottobre 2009
psichetechne; recensioni; commenti ?

                                                         THE THAW

                      


Genere: Horror Regia: Mark A. Lewis Sceneggiatura: Mark A. Lewis, Michael W. Lewis Cast: Aaron Ashmore, Kyle Schmid, Viv Leacock Martha MacIsaac, Val Kilmer Steph Song, Brenda M. Crichlow, Brad Dryborough, Alejandro Rae, Anne Marie DeLuise, Sebastian Gacki, Lisa Marie Blair, John Callender, Michaela Washburn  Nazione: USA Anno: 2008.





Quattro studenti di ecologia, nel corso di una spedizione nella tundra, scovano la carcassa di un mammut che, purtroppo per loro, ospita una specie mortale di parassita preistorico che li infetta e altera i loro comportamenti. Ai quattro studenti si presenterà la scelta di cercare di combattere il parassita e rischiare l’infezione per il resto del mondo o chiudersi in isolamento, salvando molte vite ma condannando le loro.




Diciamo subito che il regista canadese Mark A. Lewis, giunto al suo secondo lungometraggio, mette sulla griglia buona carne da cuocere lavorandola con occhio vigile e tecnica originale. E non era facile impresa, se consideriamo uno script che, nella sua linearità e se vogliamo prevedibilità, rimanda evocativamente, e in modo immediato a “The Thing” di John Carpenter. Lewis rischiava quindi di aggirarsi nei territori malsani di uno scimmiottamento remakeggiante sulle orme del maestro. Invece, saggiamente, se ne guarda bene, confezionando un “isolation-infection horror” tra i migliori del genere da me conosciuti, ben costruito, ben girato, con alcune scene phobic-oriented da far accapponare la pelle. Il fantasma di Carpenter certamente aleggia nelle stanze della stazione di ricerca ambientale, nonché nei grandi spazi aperti, gelidi e desolati del grande nord canadese; ma non danneggia né appesantisce un costrutto filmico che va gagliardamente per la sua strada ed elabora in modo peculiare l’idea-madre carpenteriana. Per esempio la bellissima immagine dell’orso bianco che si decompone e si trasforma lentamente e spaventosamente, chiuso in un laboratorio, ricorda le sequenze dei cani da slitta infettati dalla “Cosa”, ma da esse trae spunto e potenza visionaria, trasmettendoci un senso di catastrofe ancor più immanente, millenaristica. In questo film l’atmosfera è infatti quella dell’ “inizio della fine”, una fine che si consuma però in uno spazio ristretto, tra il claustrofobico e l’autistico-schizoide, in un mood sostenuto da una sceneggiatura in cui ritorna continuamente, ossessivamente il tema del “sacrificio”. Val Kilmer (il Dr. Kruipen) incarna perfettamente, e in modo lucidamente folle la distruttività “kleiniana” dell’uomo, a maggior ragione perturbante se impersonata da uno studioso di “ecologia”. Molto ben gestiti gli effetti speciali, sebbene avrei personalmente schiacciato un po’ più a fondo l’acceleratore in questo ambito, anche per distanziarmi ancora di più da “The Thing” (che pure non scherzava in fatto di FX) e anche per generare un maggiore contrasto con il gelido environment della location. Il tema dell’imputridimento necrotico delle carni, a seguito del "disgelo" infettivo ("thaw" significa appunto "disgelo"), è comunque focalizzato ed estrinsecato al punto giusto, senza scadere nell’esibitivo gratuito e spettacoloso, aspetto che dona ancor più equilibrio (ammesso che ce ne fosse bisogno) a tutta la messa in scena. Assolutamente sconsigliato a chi soffre di “bug phobia”.










sabato, 10 ottobre 2009

                                   BOLLITO MISTO

                                       



Un post più “leggero” (si fa per dire) dopo varie recensioni di film strong, pensosi e dark cui vi sto abituando da qualche tempo a questa parte. Ieri sera sono stato al ristorante “Sasseo” di Santa Maria della Versa (PV) per uno dei tanti eventi gastronomici che il bravissimo e cordiale chef Silvano Vanzulli organizza in autunno. Il tema della serata era il “bollito misto”, da me moooolto apprezzato. Così, dopo un’entree delicatissima (crema di melanzane con formaggio caprino, riccioli di pancetta arrostita, prezzemolo e bacchetta conica di pane tostato: una squisitezza somma), e i “raviolini delle nonne con ripieno di scamone brasato”, in un brodo di gallina che è il più buono e leggero che abbia mai assaggiato in vita mia, ecco arrivare, in due portate consecutive, i “magnifici sette”, cioè i sette tagli classici di carne per fare un bollito nel pieno rispetto della tradizione: Scamone di manzo; Testina di vitello; Lingua di Scottona; Biancostato di Chianina; Reale di Scottona; Cotechino; Gallina ruspante (accompagnati da bagnet verd, bagnetto rosso e Mostarda di Voghera). Devo confessare che sono stato colto da un attimo di commozione papillare gustativa, e che ho provato realmente un’esperienza   quasi extrasensoriale in cui psiche e soma si fondevano e confondevano meravigliosamente, portati per mano dai sentori antichi e nuovi (“ulteriorità precedente”?)  che si univano nel mio piatto. Tale esperienza condivisa tra noi quattro commensali, ha generato nel nostro spazio relazionale dei fenomeni di comunicazione intensa, viva, quasi telepatica, rispetto agli argomenti sui quali stava dirigendosi la conversazione. Il Bonarda dell’Oltrepo Pavese che scintillava nei nostri bicchieri contribuiva a dare un tocco onirico alla serata, e a rendere più aperto e ossigenato il cielo sulle colline dove ci trovavamo. La cena si è conclusa con un Bonnet all’astigiana, dolce impreziosito da una sfogliatina arrotolata di cioccolato variegato bianco/nero, brandy e morbidi ciuffi di panna, a latere. Se consideriamo che la giornata si era magnificamente aperta con la notizia della bocciatura del Lodo Alfano da parte della Consulta, devo registrare con felicità che ieri è stata una delle giornate più leggere e vitalmente saporite da me vissute da molto tempo a questa parte. Consiglio a tutti il Ristorante “Sasseo”, del quale segnalo link del sito (molto gradevole: cliccate la foto), nel quale potrete trovare i menù stagionali, le proposte e gli eventi autunno/inverno 2009.